La destra spacca la sanità
I lavoratori e le lavoratrici del CUP e dei servizi amministrativi della sanità pubblica nel Lazio sono di nuovo senza stipendio, proprio mentre ogni giorno tengono in piedi il sistema delle prenotazioni e filtrano il peso insopportabile delle liste d’attesa infinite sulle loro spalle. È uno scandalo sociale e politico che ha dei responsabili chiari: la destra che governa la Regione Lazio, titolare della sanità, che preferisce proteggere appalti, bilanci e rapporti con i privati invece di garantire salari, diritti e cure dignitose.
Chi lavora al CUP vede la rabbia quotidiana di chi aspetta mesi per una visita, un esame, un controllo urgente, e allo stesso tempo torna a casa senza stipendio o con pagamenti a singhiozzo, trattato come un costo sacrificabile dentro la giungla delle esternalizzazioni. È un doppio ricatto: da una parte il cittadino esasperato, dall’altra la Regione che si lava le mani dietro sigle, gare, società appaltatrici, come se non fosse lei – e solo lei – ad avere la responsabilità politica e istituzionale della sanità pubblica. Se i turni sono massacranti, se al telefono non risponde nessuno, se gli sportelli sono sotto organico e se gli stipendi non arrivano, la colpa non è di chi sta allo sportello, ma di chi governa il sistema.
Le liste d’attesa lunghe non sono un incidente: sono l’effetto diretto di anni di tagli, blocco del turnover, precarizzazione e appalti al ribasso, che la destra ha scelto di proseguire e spesso aggravare. Se vuoi ridurre davvero i tempi di attesa, assumi, stabilizza, internalizza i servizi, taglia i profitti di chi usa la sanità come business: ma questo significherebbe andare contro gli interessi di quel pezzo di mondo economico che oggi è coccolato dalla destra nelle regioni. E allora si preferisce raccontare conferenze stampa sulle “liste che migliorano”, mentre nella vita reale le persone continuano a rinviare visite, a pagare il privato, a rinunciare a curarsi.
Così il cerchio si chiude: lavoratori del CUP senza stipendio, cittadini schiacciati da mesi di attesa, privati che lucrano sulle prestazioni che il pubblico non riesce a erogare in tempo. È il modello perfetto della destra: sociale solo in campagna elettorale, spietato nella pratica, dove chi ha soldi anticipa, chi non ne ha aspetta e si ammala di più, e chi lavora nella sanità viene spremuto e umiliato. Non è “il sistema” in astratto: è una scelta politica concreta, fatta di bilanci, delibere e nomine.
Per questo oggi la parola d’ordine deve essere una sola: ribaltare le priorità. Prima i salari dei lavoratori e delle lavoratrici che mandano avanti CUP e servizi amministrativi, prima il diritto alla cura senza mesi di attesa, prima la dignità di chi lavora e di chi si cura. E se questo significa mettere in discussione appalti, profitti e narrazioni autocelebrative della giunta di destra, tanto meglio: o la Regione Lazio torna a essere casa della sanità pubblica, o resterà il simbolo di una politica che lascia senza stipendio chi apre le porte del sistema e senza risposta chi bussa per farsi curare.
